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Scambio di Coppia

I Vicini Scambisti..Occhi che Vedono


di Max_7719
28.10.2025    |    3.533    |    1 9.8
"Si avvicinò alla finestra, nuda dalla vita in su, i capezzoli ancora turgidi, i capelli scompigliati..."
Era sabato. La città era silenziosa, come se trattenesse il fiato in attesa di qualcosa. Io avevo cenato presto, da solo, con un piatto di pasta al pomodoro e un bicchiere di Chianti. Non avevo acceso la tv, non avevo acceso la luce. Mi ero preparato, senza ammetterlo del tutto a me stesso, per quello che sapevo sarebbe successo.

Perché Katia e Franco non erano tornati a casa tardi per caso. Perché le luci del loro salotto erano accese già alle otto. Perché le tende, quella sera, non erano solo socchiuse — erano aperte del tutto, come un palcoscenico pronto per lo spettacolo.

E io… ero il loro unico spettatore.

Arrivarono poco dopo le nove. Sentii il rumore di una macchina parcheggiare, risate sommesse, il tintinnio di bottiglie. Poi la porta si aprì, e vidi entrare Selene e Marco, gli stessi della prima volta. Lei indossava un abito lungo di velluto rosso scuro, con uno spacco laterale che arrivava quasi all’anca. Lui aveva una camicia bianca, impeccabile, ma con i primi tre bottoni slacciati, e un sorriso da predatore.

Katia li accolse con un abbraccio che durò un secondo di troppo, le mani che scivolarono lungo la schiena di Selene con una familiarità che non lasciava dubbi. Franco strinse la mano a Marco, ma subito dopo gli posò una mano sulla nuca, attirandolo a sé per un bacio breve, intenso, sulle labbra.

La cena fu un preludio.

Mangiarono poco: formaggi stagionati, olive nere, pane croccante, prosciutto crudo tagliato sottile. Bevvero vino rosso da calici larghi, le dita che si sfioravano ogni volta che si passavano la bottiglia. Le conversazioni erano basse, piene di allusioni, di sguardi che dicevano più delle parole. A un certo punto, Selene si chinò a raccogliere un tovagliolo caduto, e nel farlo fece scivolare una mano lungo la coscia di Katia, fermandosi appena sopra il ginocchio. Katia non si mosse. Solo un lieve sospiro le sfuggì dalle labbra.

Poi, quando i piatti furono portati via e il tavolo fu sgombrato, cominciò il vero spettacolo.

Fu Franco a dare il via. Si alzò, si tolse la camicia con un gesto lento, quasi teatrale, e si avvicinò a Selene. Le sfilò l’abito dalle spalle con delicatezza, lasciandolo cadere a terra in un mucchio di velluto. Sotto, era nuda. Solo un paio di orecchini d’oro e un filo di profumo muschiato. Franco le prese un seno in mano, lo accarezzò, lo strinse appena, e Selene chiuse gli occhi, inarcando la schiena.

Nel frattempo, Marco si era avvicinato a Katia. Le sbottonò la camicetta con dita esperte, rivelando un reggiseno di pizzo nero che le conteneva a malapena i seni pieni. Poi le slacciò il gancetto con un colpo secco, e i suoi capezzoli, duri e scuri, si drizzarono nell’aria calda del salotto. Marco le leccò un capezzolo, poi l’altro, succhiando con una lentezza che fece gemere Katia.

Fu allora che mi accorsi di essere in piedi, con la fronte quasi appoggiata al vetro della finestra, il respiro affannoso, i pantaloni stretti intorno a un’erezione dolorosa. Non mi ero neanche accorto di essermi alzato.

Nel salotto, la scena si fece più intensa.

Franco fece sdraiare Selene sul tavolo, le gambe aperte, e le leccò il sesso con una devozione quasi religiosa. Lei si aggrappò al bordo del tavolo, le unghie che graffiavano il legno, il corpo scosso da brividi. Katia, intanto, si era inginocchiata davanti a Marco e gli aveva sbottonato i pantaloni. Gli prese il cazzo in bocca — grosso, venoso, perfetto — e cominciò a succhiarlo con una lentezza studiata, gli occhi chiusi, le guance incavate.

Poi Marco la sollevò, le fece aprire le gambe e la penetrò in piedi, appoggiata al muro. Katia gli circondò il collo con le braccia, e ogni affondo la faceva gemere più forte.

E fu in quel momento — mentre il ritmo dei loro corpi si faceva frenetico, mentre Franco si alzava dal tavolo con il cazzo eretto e si univa a Selene, penetrando da dietro — che Katia girò la testa.

E mi vide.

Non fu un caso. Non fu un riflesso. Fu uno sguardo diretto, consapevole, che attraversò la strada, il buio, il vetro, e si piantò dritto nei miei occhi.

Per un istante, tutto si fermò.

Lei non smise di muoversi. Non smise di gemere. Ma i suoi occhi… i suoi occhi mi *presero*. Mi trattennero. Mi *riconobbero*.

Poi, con una calma sconvolgente, si staccò da Marco per un attimo. Si avvicinò alla finestra, nuda dalla vita in su, i capezzoli ancora turgidi, i capelli scompigliati. Si fermò a pochi centimetri dal vetro, e con la punta delle dita tracciò una linea lenta sul vetro, come se potesse toccarmi.

Poi si voltò verso gli altri, disse qualcosa a bassa voce — non riuscii a sentire — e tutti e tre si girarono nella mia direzione.

Non con imbarazzo. Non con rabbia.

Con *complicità*.

Selene sorrise. Franco annuì, quasi impercettibilmente. Marco si limitò a incrociare le braccia, appoggiato al muro, con un’espressione divertita.

Katia tornò al centro della stanza, ma questa volta, mentre Franco la penetrava da dietro, lei non chiuse gli occhi. Li tenne fissi su di me. Ogni affondo la faceva ansimare, ma il suo sguardo non vacillò. Era un invito. Una promessa. Un rito silenzioso.

Quando venne — un orgasmo potente, che la fece tremare tutta, la testa rovesciata all’indietro, la bocca aperta in un grido muto — i suoi occhi erano ancora nei miei.

Poi, lentamente, si staccò da Franco, si avvicinò di nuovo alla finestra, e con un gesto lento, deliberato, si toccò il clitoride ancora pulsante. Si portò le dita alle labbra, le leccò, e mi sorrise.

Solo allora chiuse le tende.

Il salotto scomparve. Tornò il buio.

Ma io rimasi lì, immobile, il cuore che batteva all’impazzata, il corpo teso, la mente in fiamme.

Non ero più solo un vicino curioso.

Ero diventato parte del loro mondo.
Silenzioso. Invisibile.
Ma *visto*.

E quel sapere… mi rese più eccitato di qualsiasi tocco.
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